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VIVERE A UN’OTTAVA SUPERIORE

Stamane decido finalmente di andare all’autolavaggio per far pulire la macchina in condizioni pietose. Ad accogliermi un ragazzo di colore che, con toni un po’ nervosi, mi grida di accostarmi e, se ho tempo ma soprattutto pazienza, avrò il servizio.

Rimango infastidita da quel modo che, dentro di me, definisco maleducato e arrogante. Sono quasi pronta ad andarmene, quando una vocina interna mi suggerisce “resta e trasforma”. Così spengo il motore, scendo e mi avvicino al giovane dai nervi tesi chiedendogli, semplicemente, se volesse un caffè.

A quella domanda il suo viso cambia letteralmente. Prima mi guarda con un punto interrogativo, come se non avesse capito, poi spalanca gli occhi incredulo, infine mi sorride e mi dice: “grazie, volentieri”.

Finisce di lucidare la macchina che era prima di me, prende il caffè e inizia la mia. Quando conclude, in modo naturale e spontaneo, come se ci conoscessimo da tempo, comincia a parlarmi di sé e della sua vita. È tunisino, da tre anni vive in Italia, lontano da sua moglie e dai suoi tre figli ancora piccoli che ha dovuto lasciare per poterli mantenere. Nella sua terra non ha trovato un lavoro, un’attività che glielo permettesse.

Sono in silenzio, lo ascolto e, mi rendo conto che in lui non c’è maleducazione né arroganza. Solo il vissuto di un uomo in difficoltà che vive la mancanza della sua casa e dei suoi cari. Sono bastati pochi minuti e tutto è cambiato.

Certo, non possiamo non provare fastidio di fronte a certe esternazioni, ma possiamo scegliere cosa fare di quel fastidio e trasformarlo. Chiediamoci: quanto siamo disposti a farlo? E quanto spazio diamo a noi stessi e all’altro per manifestare altro?

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