Come uscire dall’ossessione di voler capire la malattia a tutti i costi!
È diventato quasi automatico chiedersi e chiedere quando si presenta un disturbo o un malessere fisico, la ragione per cui si ha quel particolare sintomo sul piano soprattutto simbolico.
Ad esempio se mi rompo una gamba è perché devo fermarmi, se ho dolori alle spalle è perché porto dei carichi troppo pesanti e così via…
Sono tutte motivazioni degne di considerazione, ci mancherebbe, ma l’atteggiamento spesso ostinato di voler capire il motivo per cui arriva la malattia nella propria vita è rappresentativo di un bisogno di controllo analogo a chi, di fronte al dolore, vede come un’unica soluzione l’assunzione del farmaco.
Pochi giorni fa parlavo con una mia cara amica che non è stata affatto bene nell’ultimo periodo e mi riferiva che le continue domande su cosa rappresentasse quella problematica fisica le avevano generato ansie.
Alla fine è uscita dal tunnel comprendendo che non doveva capire il perché del suo disturbo e che in fondo tutta quella gente che le chiedeva la ragione della sua malattia era un po’ una proiezione di un suo bisogno legata alla necessità di trovare la spiegazione.
Rinunciando a questa sorta di accanimento terapeutico sul significato, lasciando andare ogni forma di indagine, ha iniziato a stare meglio.

Spero di non essere fraintesa!
Mi spiego meglio…
Lo scorso mese, una persona che seguo in counseling, ha avuto dei forti momenti di angoscia esistenziale e mi ha chiesto:
Posso prendere degli psicofarmaci?
Io non ho escluso questa possibilità a priori, non sento di andare contro niente e nessuno, voglio solo invitare a soffermarsi sul fatto che forse, prima ancora di adoperarsi nel voler conoscere la motivazione rispetto all’insorgenza di un disturbo, bisognerebbe stare lì, anche con la paura e, attraverso il respiro…
entrare nel vuoto!
Quando fai esperienza del vuoto, perdi il controllo, questo senz’altro, ma in cambio ti viene restituito qualcosa di incommensurabilmente più grande e prezioso.
È il filo rosso che unisce te al tutto. Allora quella malattia non è male ma non è neanche bene, è solo ciò che è, e tu sei pronto per vivere e morire al di là della forma e di ogni cornice che inquadra e definisce.
La soluzione / il mio consiglio
È toglierti da quella necessità di capire.
L’istinto che abbiamo ereditato è quello di accanirci nel voler trovare il significato.
La tendenza dell’essere umano è voler capire come mai sia avvenuto quell’evento e come fare a risolverlo.
C’è un continuo palleggio tra il passato chiedendosi “perché mi è venuto questa cosa?” e il futuro domandosi “come faccio a togliere e a risolvere il problema?”
Bene! Quello che io invece ti dico è stai lì, stai con quel disturbo… con quello che ti sta facendo vivere! E respira.
Cosa accade?
Accade che entri nel vuoto. Entri nel vuoto perché non stai né nel passato, né nel futuro.
Sei semplicemente in relazione con quello che è il presente e con ciò che ti offre.
Questo ti mette in relazione con il tutto.
Ti espande!
Solo che non siamo educati a fare ciò.
È facile a dirlo ma non è altrettanto facile farlo.

Il punto è non scappare dal presente e affrontarlo senza giudicarlo…
In fondo, se guardi bene, anche nella parola malattia è incluso il termine male.
Quello che è male, culturalmente, ci porta alla fuga, a non voler vedere, conoscere o attraversare.
Invece è proprio quello che le antiche tradizioni di saggezza ci dicono di mettere in campo a prescindere dal risultato. Perché facendo ciò non è conseguente che tu stia bene, non è detto che tu recuperi il tuo stato di salute ma è in quello stare che ti si svela il significato.
Non in una ricerca spasmodica, in un accanimento tra quello che è stato e quello che puoi fare per risolvere.
E ti dirò di più, è proprio così facendo che può uscire la parte più grande di te, sconosciuta finanche a te stesso.
Ti faccio un ultimo esempio.
Sto seguendo, sempre nel mio lavoro, Flavio, un giovane adulto che ha una disabilità molto invalidante.
Ora quanti di noi si sarebbero buttati giù, quanti si sarebbero lasciati andare, domandandosi “ma perchè a me, che ho fatto di male, adesso come posso andare avanti?”
Invece sai cosa sta facendo Flavio?
Non rifiutando la malattia ma entrando in relazione con essa, ha sviluppato un progetto meraviglioso dove vuole fondare un nuovo paradigma della disabilità, portando le persone a considerare la disabilità un super potere!
E sai perché viene a fare le sedute di Counseling?
Non perché ha ancora delle resistenze nei confronti della sua condizione ma per valorizzare le relazioni affettive.
Perché, a volte, sono proprio le persone più care, più vicine a non accettare la malattia!
In questo caso è il padre che rifiuta la malattia del figlio attuando comportamenti di mancata comprensione.
Questo è un esempio forte su come approcciarsi al problema o alla difficoltà del momento.
Se farai come ti ho indicato attraverso gli insegnamenti di cui mi rendo portavoce, ogni tassello della tua vita andrà a occupare il suo giusto posto.
Tutto dipende da come lo affronterai tu!
Tutto dipende da quanto saprai vivere il presente nel presente e accogliere il vuoto…


