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BASTA!

Giornata internazionale dedicata alle donne che hanno subito violenza.


E’ una settimana particolare questa perché il 25 novembre ricorre la giornata internazionale dedicata alle donne vittime di violenza. Il tema del femminicidio è un tema ancora molto vivo, presente.

Nonostante siano fiorite diverse iniziative negli anni e su vari fronti, sociale, culturale, educativo, per contrastare e ridurre questo fenomeno, il femminicidio continua a essere un problema largamente diffuso.

Il dato che allarma proviene dal Ministero dell’Interno secondo il quale 8 Donne su 10, dopo aver subito violenza, non denuncia il maltrattante. Soprattutto quando la violenza avviene all’interno delle mura domestiche, solo il 4% la riconosce come tale.

Possiamo allora dire che chi vive una situazione di maltrattamento, la considera ormai normale routine. In fondo, è come se fosse giusto così!

Ti porto una testimonianza personale, di una donna che seguo da diversi mesi e che ha subito violenze perpetrate negli anni dal marito.

Dopo che la signora riesce a denunciare i fatti all’autorità e il marito viene quindi allontanato da casa, subentra in lei un senso di colpa che non solo attribuisce a se stessa ma anche ai figli.

Nella sua mente ha iniziato a crearsi la narrazione per cui quanto accaduto con il marito sia imputabile a dinamiche familiari in cui anche i figli hanno la loro responsabilità.

Ecco perché il tema del Femminicidio è tuttora estremamente attuale con risvolti psicologici, oltre che sociali e culturali molto complessi.

Riuscire a venire fuori da una relazione violenta è davvero difficile!

C’è un cortometraggio effettuato da Francesca Archibugi intitolato “Giulia ha picchiato Filippo” che, a mio avviso, fa comprendere in maniera estremamente semplice ed efficace l’origine da cui s’innescano certi meccanismi.

Il corto inizia con l’immagine di un bambino (Filippo) che infastidisce continuamente una bambina (Giulia) mentre si trovano all’asilo.

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Cosa accade?

Accade che l’educatrice chiede a Filippo, senza guardarlo negli occhi e portando avanti le attività con gli altri bambini, di smetterla. Ovviamente Filippo fa tutto il contrario, e continua indisturbato.

A un certo punto Giulia si ribella e reagisce dando un morso a Filippo!

Solo a questo punto, quando l’educatrice vede la reazione di Giulia, interviene e mette in punizione Giulia!

Ora, secondo te, che messaggio arriva alla piccola Giulia? Cosa rimane in testa a quella bambina? E’ assurdo! Sì, lo so cosa stai pensando, ma è proprio così.

A Giulia rimarrà in testa che Filippo può farlo, e lei no!

Purtroppo viviamo in una società in cui imperversa il dominio del “Logos”, il dominio del pensiero razionale che è proprio del principio maschile e che non è adeguatamente bilanciato con quello della controparte, il principio femminile che si esprime nella condivisione, nell’accoglienza e nell’inclusione.

Da qui si crea un’alterazione nei rapporti, nelle relazioni, nei modi di vedere, di percepirsi, di stare insieme… l’uomo, in questa società squilibratamente patricentica, si sente legittimato a mettere in atto comportamenti violenti.

Cosa possiamo fare affinché le donne non siano più vittime?

Cosa possiamo fare per evitare che s’instauri nella propria testa quel maledetto pensiero “E’ normale, è giusto così”?

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Cosa possiamo fare per avere finalmente relazioni sane e felici?

Un primo passo, da coltivare e alimentare, sono i programmi a livello educativo dove trasmettere sempre di più:

  • I diritti ed i doveri assertivi
  • La cultura del rispetto
  • L’integrazione
  • La valorizzazione della diversità

Bisogna curare le radici. Se non si curano le radici, è molto difficile che il fenomeno possa essere riassorbito.

Bisogna sensibilizzare, comunicare, educare, soprattutto laddove l’informazione non è arrivata.

Ti faccio un esempio!

C’è un video, diventato virale, dove i protagonisti sono un gruppo di ragazzini e una ragazza.

Ai ragazzini viene domandato a turno:

“Che ne pensi di lei? Ti piacerebbe trascorrerci del tempo?”

E loro, seppure in modalità diversa, rispondono più o meno lo stesso concetto:

“Si, è davvero molto carina e sarebbe bello fare qualcosa insieme”

Poi viene sollecitato loro di compiere un’azione:

“Benissimo, adesso perché non le dai uno schiaffo?”

Ma i ragazzini si rifiutano con forza affermando:

“No. Perché dovremmo farlo?! Non vogliamo!

E uno di loro motiva la sua scelta con quello che, secondo me, rappresenta, nella sua semplicità, l’essenza del messaggio:

“Io non la picchio perché sono un uomo. E un uomo non picchia le donne”.

Qual è il concetto?

Che i bambini, quell’istinto alla violenza non ce l’hanno! La violenza è qualcosa che apprendi.

E’ un seme che si sviluppa nell’adolescenza e con l’età adulta. Questo significa che nessuno di noi nasce violento. Certi comportamenti sono più spesso il risultato dei processi di socializzazione primaria e secondaria e delle informazioni che continuamente vengono veicolate dal sistema in cui siamo inseriti.

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Tornando a poche righe sopra…

Se si può fare qualcosa, la mia risposta è sì, si può fare trasferendo e veicolando contenuti laddove l’informazione e quindi la consapevolezza, è venuta meno.

E questo vale per entrambi i sessi: per la donna affinché comprenda che non è giusto esser trattata così! Che non è colpa sua, che non è umano né ricevere né accettare un simile trattamento e che la sua vita ha un valore da onorare e rispettare;

per l’uomo perché anche lui è portatore di un disagio e ha bisogno di aiuto per guarire e cambiare! A tal proposito c’è ancora molto da fare.

Infatti ci sono innumerevoli associazioni e percorsi da far fare per le donne vittime di abusi.

Ma per l’uomo? Cosa c’è di concreto per lui?

Ecco, credo che dovremmo facilitare la possibilità nell’uomo di entrare a far parte di gruppi di mutuoaiuto, ad esempio.

Se ci pensiamo bene sono approcci che già si effettuano per supportare persone con disagi quali alcolismo, tossicodipendenza, dipendenza da gioco, etc.

Incrementare iniziative in questa direzione potrebbe essere una concreta possibilità a far riemergere nell’adulto quella purezza del bambino rimasta intrappolata sotto macerie di dolore non elaborato.

Viriginia Vandini

Mio caro lettore, l’articolo finisce qui ma vorrei dedicare queste ultime due righe e un pensiero alle donne iraniane.

Una ragazza di 22 anni, pochi giorni fa è stata presa, picchiata e uccisa! E sai perchè?

Per il velo!

Non ci sono parole per descrivere ciò che ho provato e credo anche tu stia provando in questo momento.

A me, dopo secondi di silenzio e stupore è montata un’indignazione con un fuoco degno di una tigre. Una tigre che vuole fare, agire, trasformare.

Quanto sta accadendo in Iran è l’apice di un’immagine e di una rappresentazione che però si riverbera anche nelle nostre società più moderne, occidentali.

Siamo arrivati al culmine…adesso Basta!

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